Marco Scataglini – Intervista

di Ugo Baldassarre

Non ci sono più i fotografi di una volta”. Quante volte tocca constatarlo, quante volte lo sentiamo dire. Da qualche giorno ho scelto di possedere questa affermazione, perennemente, nella mia biblioteca personale perchè è anche l’ultimo libro scritto da Marco Scataglini.

Ho conosciuto Marco diversi anni fa, in seguito all’acquisto di uno dei libri sulla fotografia più interessanti che abbia letto, ossia “il fotografo non si annoia mai”. Da lì i passi successivi sono stati semplici: contatti su facebook, scambio di qualche messaggio etc, e così sono entrato a più stretto contatto con Marco e il suo mondo, sia fotografico che non.


Qualche mese fa ho avuto anche il piacere di ricevere i suoi complimenti per un mio lavoro fotografico [S.P. 238 nda] e la cosa mi ha fatto davvero piacere perchè Marco non è uno che si risparmia ed infatti, in quella occasione, mi ha dato anche una serie di indicazioni molto utili. D’altronde non poteva essere diversamente: dai suoi scritti (blog, articoli sulla fotografia, libri) traspare non solo una grande competenza, ma anche una grande umanità, che ritrovo anche nell’uomo-Marco, che si batte per i diritti della natura e degli animali e per la protezione e valorizzazione del territorio naturale in cui vive e opera, la Tuscia.

Nonostante il titolo apparentemente nostalgico, “Non ci sono più i fotografi di una volta”, l’ultima fatica editoriale di Marco, è un libro motivante per nuovi e vecchi fotografi, per chi vuole andare avanti lanciandosi da un solido trampolino e non vagando a caso “senza una rotta precisa”.

Per guardare avanti serve fermezza e consapevolezza dei propri mezzi, occorre sapere da dove si viene per poter seguire una rotta precisa, anche se poi è necessario cambiarla.

E’ un inno alla non-immobilità artistica che si può realizzare però solo con una conoscenza approfondita di tutto quello che succede ed è successo prima di noi; un forte incentivo a essere sé stessi pur continuando a mutare dentro.

Mi trovo in linea con le considerazioni di Marco, praticamente al 100%, ragion per cui ho deciso di coinvolgerlo in questa chiacchierata.

Tarquinia, costa a Sant’Agostino
Olympus OM 1n
Fotografia analogica

Ciao Marco, grazie innanzi tutto di aver accettato il mio invito. Ti conosco dai tempi de “il fotografo non si annoia mai” (a cui ho anche fatto una notevole pubblicità tra tutti i miei amici e inserito in tutte le liste di testi consigliati che ho compilato). Mi è rimasto particolarmente impresso l’incipit, un po’ per la potenza del messaggio, un po’ perché casualmente hai citato un passo di Carlo Levi che parla proprio della mia Matera. Sono andato a rileggermi tutto il libro con un approccio diverso, fotografico direi, chiudendo spesso gli occhi e immaginando le situazioni e i personaggi, visivamente. E’ stato un esercizio ottimo.

Quanto è importante, per un fotografo, leggere?


Io ho sempre sostenuto, e sostengo tutt’ora, che l’arte più vicina alla fotografia non sia la pittura, ma la letteratura. La parola e la fotografia hanno un rapporto strettissimo, ed esistono mille esempi in tal senso. Credo che tutta la buona letteratura, i romanzi, le poesie, i racconti, i grandi classici, ma anche i saggi ben scritti, offrano al fotografo l’opportunità di creare nella propria testa una serie di immagini potentissime, che sono una sorta di archivio interiore da cui attingere per la propria attività. Se ci ispiriamo ad altre immagini (fotografiche o pittoriche) corriamo sempre il rischio di “copiare”, magari involontariamente (pensiamo a quante foto “impressioniste” ci sono in giro), ma questo rischio non esiste con le immagini suggerite a parole. Per questo amo molto gli scrittori come Gadda, Levi, Moravia, o poeti come Ungaretti, che nelle descrizioni sanno davvero mettere qualcosa di fotografico, nel senso migliore del termine. Leggendoli, nella tua testa si crea tutto un mondo di immagini. Quanto sia prezioso questo per un fotografo è quasi inutile sottolinearlo.

Cosa legge Marco Scataglini?

Sono un lettore “forte” e onnivoro. Amo i classici, alcuni dei miei preferiti li ho già citati, aggiungerei i “visionari” (anche se in forme diverse) come Calvino, Lovecraft, Allan Poe, Edgar Wallace e ovviamente Conan Doyle: sono un ammiratore sfegatato di Sherlock Holmes che cito sempre per la sua capacità di prestare attenzione anche ai minimi dettagli, una dote preziosissima per un fotografo! Ad ogni modo, sinceramente leggo principalmente saggi, tanti saggi, e non solo di fotografia.


E saper scrivere?

Ci sono fotografi che amano dichiarare che se avessero saputo o voluto scrivere, allora non avrebbero scelto la fotografia, con tutta l’attrezzatura che tocca portarsi dietro. Ma ci sono stati fotografi abilissimi con la penna, penso ad Ansel Adams o Minor White, per non parlare di coloro, come Michael Freeman, che con i libri hanno costruito una carriera importante. Diciamo che dipende. Io sin da bambino ho sempre amato fotografare e scrivere, senza esser mai riuscito a separare le due cose: mi piace raccontare ed esprimere emozioni e questi due strumenti mi sembrano insuperabili, specialmente se utilizzati assieme.

A te piace molto scrivere, condividere, insegnare. Parlaci un po’ delle tue attività, pubblicazioni, blog.

Per quasi vent’anni ho lavorato nel settore editoriale, che alla fine ti costringe a essere abbastanza chiuso in te stesso, nel senso che vai in giro a fare i tuoi servizi, li porti in redazione e ancora avanti, sempre così. Poca condivisione con gli altri fotografi. Quando il settore editoriale è collassato e ho iniziato a dedicarmi a una fotografia più personale e creativa, ho potenziato l’aspetto comunicativo rimasto latente, e ho anche iniziato l’attività didattica, sebbene non con la convinzione di molti miei colleghi e amici. Il fatto è che resto fermamente convinto dell’impossibilità di insegnare la fotografia, come qualsiasi arte. Sono in buona compagnia: la stessa cosa la sosteneva ben prima di me il grande Andreas Feininger. Si può però insegnare a scoprire la strada per raccontare sé stessi, comunicare emozioni e ovviamente si può insegnare la tecnica. Io ho sempre preferito considerarmi un “facilitatore”, cercando di mettere “l’allievo” in grado di trovare il proprio modo di esprimersi. Come diceva Galileo Galilei, “non si può insegnare nulla, si può solo fare in modo che uno le cose le scopra da sé”. Non è il viatico migliore per il successo commerciale, che in genere è legato al “fai così”, ai tutorial, alle guide passo-passo, che personalmente trovo irritanti. Per questo ho iniziato a scrivere quei libri che, secondo me, non erano ancora presenti nel panorama editoriale italiano. Magari di nicchia, ma estremamente aderenti al mio modo di concepire la fotografia. Lo stesso vale per i miei blog, e per i corsi che tengo regolarmente.

Mi trovi assolutamente d’accordo quando affermi che molti fotografi di assalto non sono in grado di gestire certe situazioni, sfruttandole solo per fini di “Immagine”. C’è poca sensibilità e troppa spettacolarizzazione del dolore, e i premi internazionali, in questo senso, non aiutano, anche se forse si è notata una inversione di tendenza ultimamente.

Perché ciò che ci è vicino e “normale” ci sembra sempre poco interessante da fotografare?

Me lo chiedo sempre anch’io. Questa tendenza esiste da sempre, non è certo una novità, però negli ultimi anni è diventata preponderante. Credo sia anche a causa dell’abbondanza di immagini che ci colpiscono quotidianamente, l’assuefazione spinge ad alzare sempre l’asticella.

Alla fine, se parliamo di giornalismo fotografico, ci rimette l’oggettività e la capacità di raccontare. Tutti i grandi autori di reportage hanno accuratamente evitato di mostrare scene crude e sanguinose: non ne avevano bisogno, si può esprimere il dolore, la paura, la solitudine grazie alle espressioni, all’atmosfera, alla luce. Insomma, un bravo fotografo rivela senza mostrare, laddove oggi si cerca di mostrare senza rivelare un bel niente. E manipolando, anzi, quel che si mostra, con Photoshop a volte, altre volte modificando o costruendo la scena, sfiorando così la truffa.

Questo accade anche perché sempre più spesso a dedicarsi a questo genere fotografico (quello che, sino a poco tempo fa, si poteva rispettosamente definire Fotogiornalismo) sono semiprofessionisti o amatori, se non improvvisati “scattini”. Un trend iniziato con “YouReporter” e che non accenna a scemare. A questo aggiungerei che in linea generale i fotografi cercano sempre l’esotico, il lontano, l’inusuale, sempre per la stessa logica di emergere dalla massa: basta guardare la pagina di Insta_Repeat su Instagram per comprendere come, invece, si sia appiattito il modo di guardare al mondo. Foto colorate, spettacolari, anche curate, a fuoco, ben composte, ma inesorabilmente vuote, e soprattutto sempre uguali. Io – dopo una vita passata a raccontare luoghi distanti da dove abitavo – non mi sono quasi più mosso da dove abito ora, la Tuscia (provincia di Viterbo e dintorni). Non ne ho bisogno: se il fotografo è davvero “creativo” può trovare spunti varcando appena l’uscio di casa, o addirittura restandosene a casa in pantofole! Pochi raccontano il quotidiano, quello che io definisco “il banale magico”, e dunque è questo il campo in cui più facilmente si possono trovare spunti davvero nuovi. Ma temo che anche questo sia poco popolare: la gran parte degli amatori preferisce fotografare quando è in viaggio!

 

Fotografia analogica
Forra della Nova a Pitigliano
Chajka

Una fotografia si può dire finita quando raggiunge il suo stato “materico”. Supporto, tipo ti carta, tipo di luce, dimensioni… tutto concorre alla conclusione dell’idea del fotografo.
Però sempre più occasioni importanti (festival, letture portfolio, etc) accettano supporti digitali per la visione e lettura di un lavoro (tablet, ad esempio). Non è un controsenso?

No, su questo ho un atteggiamento molto più “laico”. Stampare le proprie foto, creare libri, portfolios e così via è importante, un modo per dare concretezza a quel grumo di pixel che è oggi la fotografia. Io lo faccio regolarmente, e sono anche tornato a praticare attivamente l’analogico per avere il gusto di ottenere un negativo, qualcosa da maneggiare, che ha una sua fisicità. Tuttavia non disdegno affatto la visualizzazione online, su tablet o su computer, insomma su schermo. Forse perché sono cresciuto con le diapositive, e mi piace la luce trasmessa, non riflessa. Mi spiego meglio: una stampa su carta va vista alla luce, la luce la colpisce e noi possiamo ammirare la foto. Ovviamente anche il tipo di luce incide sul risultato di questa visione. Nelle diapositive la luce passa “attraverso” la foto, che è trasparente, e la scena sembra illuminata dal di dentro. Chiunque abbia avuto modo di guardare delle diapositive (specie di medio e grande formato) sa di cosa parlo. Posso dire che con il passaggio al digitale e ai computer, ho ritrovato lo stesso tipo di esperienza: guardare una foto sul monitor significa vederla in luce trasmessa, e mi piace molto, al punto che alcune fotografie le preferisco viste sul tablet o sullo smartphone che su carta. Ovviamente dipende dalle foto, dai soggetti, da mille fattori: sono due modalità diverse, che possono e debbono convivere. Così come in generale analogico e digitale: perché scegliere se è possibile avere entrambe?


Quali sono i tuoi autori preferiti, passati e, se ce ne sono, presenti?

Difficile rispondere, nel senso che non ho, tra i miei preferiti, autori “giovani”, sebbene apprezzi il lavoro di molti fotografi delle nuove generazioni. Tra l’altro sarebbe interessante affrontare il discorso sul perché non si vedano emergere nuovi “maestri” da quando si è affermato il digitale, che poi è un po’ il tema di fondo del nuovo libro “Non ci sono più i fotografi di una volta”. Comunque sia, il mio modo di concepire la fotografia si accorda meglio con autori più attempati, perciò tra i miei fotografi di riferimento ci sono, tra i viventi Michael Kenna, tra quelli del passato Clarence John Laughlin, Ansel Adams, Edward Weston e soprattutto Minor White. Apprezzo moltissimo i fotografi della generazione “anni ’30 e ‘40”, ma ancora attivi, come Berengo Gardin, Franco Fontana, Scianna, Jodice e così via, e ovviamente ammiro fotografi come Salgado. Sono anche attratto dai fotografi che possiamo genericamente definire dei “New Topographics”, come i coniugi Becher, Robert Adams e Stephen Shore. Credo che da ogni fotografo, famoso o meno, si possa sempre imparare qualcosa, in tal senso sono abbastanza “onnivoro”.

Progetti editoriali in cantiere?


Sto terminando diversi progetti, alcuni piccoli, che diventeranno ebook fotografici in PDF, altri che conto di concretizzare in libri fotografici cartacei. In particolare sono in dirittura d’arrivo per un progetto sul Tempo, realizzato nella mia zona fotografando, in analogico e con fotocamere vintage o stenopeiche, luoghi abbandonati o dove il tempo sembra essersi arrestato. Ci sto lavorando su da cinque anni, ho scattato migliaia di negativi, ma siccome amo ogni minuto trascorso realizzandolo non mi decido a “chiuderlo”! Ma per la prossima primavera o al più per l’autunno 2019 il libro sarà pronto. Chi volesse seguire i miei progetti, o leggere i post che dedico alla mia filosofia fotografica, oltre a seguire la mia pagina facebook Colorseppia, può visitare il mio blog dedicato al citato progetto (www.locusinfabula.eu), o il mio blog personale (www.kelidon.eu). Chi volesse restare aggiornato sulle mie pubblicazioni, o acquistare i miei libri, può andare sul sito www.marcoscataglini.com. Ho anche un blog sul sito Reflex-Mania (https://www.reflex-mania.com/effeventidue/). Infine condivido le mie foto analogiche e stenopeiche sulla pagina Instagram AltraFotografia (https://www.instagram.com/altra_fotografia/).  Insomma, chi mi cerca, online mi trova!

Ti ringrazio tantissimo per il tempo che ci hai dedicato. Buon lavoro e buone sperimentazioni.  Alla Prossima!

 

P.s. Marco utilizza fotogcamete digitali Mirrorless Olympus e Samsung come uniche digitali. 🙂

 

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Commenti all'articolo

Un commento su “Marco Scataglini – Intervista”

  1. Bellissima intervista.
    Molto interessante il suo pensiero sul vedere le foto a monitor ed il paragone con la visione che si aveva con le diapositive.
    Finalmente qualcuno che non snobba il digitale.
    Complimenti Marco ed Ugo

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