a cura di Domenico Valente
Resilienza. E’ la prima parola che mi è venuta in mente guardando i lavori di Mia Battaglia ed Elena Ostani con il loro progetto URBEX.
La Resilienza nella sua accezione più classica possiamo definirla come la proprietà di un materiale di resistere a deformazioni e urti senza spezzarsi e la sua capacità di riprendere la forma originaria.
In psicologia invece, la resilienza è la capacità di assorbire traumi e rialzarsi più forti di prima.
Varcata la soglia delle loro immagini ti ritrovi catapultato in un mondo sospeso tra passato e presente. Da una parte si nota l’azione del tempo e la sua capacità di trasformare la materia e dall’altro osservi come la materia resiste e cerca di riprendere la sua forma originaria.
Immense fabbriche ci raccontano il loro glorioso passato e le vecchie cascine conservano ancora in silenzio tutte le anime di chi le ha vissute.
Allora soffermandoti in quello sconfinato capannone ti domandi il perché della sedia solitaria, ti chiedi quanta gente è riuscita a proteggere quel tetto ormai crollato anni fa, noti le cucine che sembrano ancora in grado di cantare, le porte murate a voler celare tesori e le stufe che cercano di fuggite al loro destino. All’interno di Urbex, anche la luce sembra parlarci quasi a volerci raccontare le storie di quel vecchio calesse in attesa del suo palafreno o di quel quadro ancora fieramente appeso tra le due finestre.
Elena Ostani
A ogni urbexter il proprio stile e per Elena, amica storica di Mia, l’esplorazione di Siti Abbandonati trova principale collocazione in Natura, al di fuori del contesto Urbano.
L’Urbex è una passione esclusiva, condivisibile con poche persone. Mia ed Elena condividono un piacere comune che è quello di dare testimonianza e valore al patrimonio locale attraverso l’emozione, principio espresso così dal motto “urbexter” : “lasciare impronte per prendere solo emozioni”.
“In fotografia sono una novizia non ho preparazione tecnica e sicuramente la semplicità d’uso della Olympus anche per chi come me muove i suoi primi passi verso la fotografia amatoriale ha reso tutto più facile ed immediato”
instagram.com/elenaostani

Il fil rouge del mio progetto riguarda il connubio creatosi tra Natura e Dimore Storiche abbandonate del nostro territorio destinate all’oblio per mancanza di fondi, vincoli burocratici e difficoltà progettuali.
La Natura sembra l’unica a ricordarsi di questi spazi (che una volta erano suoi), li protegge, li decora li sostiene ma in alcuni casi ne divora la memoria. Si scontrano o si sostengono quindi due storie, quella della Natura e quella dell’Uomo.
Attraverso lo scatto non descrivo un luogo, piuttosto cerco di dar vita ad oggetti inanimati cogliendone la luce e le prospettive. Utilizzo per questo scopo la modalità espositiva “spot” sul menu delle opzioni Olympus.
Il mio stile fotografico è “emozionale”. Attraverso una visione, realizzo lo scatto, traccio una storia o invito a scoprirla.
Spesso la destinazione delle mie ricerche si spinge oltre le mura urbane, contrariamente alla definizione del termine Urbex che si può leggere su Wikipedia.
Ville, eremi e monasteri sono i siti privilegiati della mia ricerca per la forte connotazione spirituale, il contesto di naturale isolamento e per il patrimonio di memorie passate anche illustri di cui sono rimasti fragili guardiani (scrittori e poeti da tutta Europa sono stati ospitati dalle nostre nobili dimore durante i loro soggiorni di benessere alla Terme per esempio Byron, Stendhal, Leopardi, Goldoni, … )
La mia prima esplorazione Urbex inizia in modo del tutto casuale nel 2017.
In quell anno ho ritrovato un “luogo del cuore” (cit. FAI) che frequentavo da bambina con mio padre quando la domenica ci portava a correre sugli argini del Brenta.
Avevo con me la mia prima Olympus Em10 Mark II e la curiosità mi ha condotta a scoprire cosa si celasse dietro allo splendido edificio semi nascosto da quel viale di enormi alberi secolari.
Villa Mocenigo Mainardi, 1700 Tra le più importanti Ville patrizie di Abano Terme ospitò personaggi illustri come Leopardi, Goldoni e Casanova che si meravigliò per i muri del palazzo “solidissimi in grazia del loro spessore maestoso”. Tra le due guerre la villa è andata in lento degrado ma dal 2019 la Villa è in stato di recupero grazie ad un progetto che ne farà sembra un albergo di lusso.
Passaggi occultati, porte e finestre murate, anfratti e rovine, corridoi, scale (motivi frequenti dei miei scatti) sono Percorsi e Labirinti a ostacoli spesso al buio che rendono l’investigazione Urbex ancora più affascinante per la rivelazione successiva di patrimoni storico culturali di rilevanza di cui non parla mai nessuno.
Olympus anche in condizioni estreme si rivela un’ottima compagna d’avventura, per la sua leggerezza, compattezza e facilità d’uso.
In ambienti con luce scarsa non necessito di un cavalletto e la raffica veloce lascia poco margine d’errore, mantiene un’immagine chiara ed i toni vividi.
Con il tempo, le mie “fughe fuori porta” mi hanno condotta ad una ricerca e documentazione Urbex più consapevole ed organizzata, segnandomi appunti, note e mappature di percorsi naturali, siti archeologici e dimore storiche poco note o abbandonate (“i luoghi del cuore” da salvare cit. FAI).
Il mio piccolo account Instagram (@elenaostani) è diventato un “taccuino” dell’esploratore, un’agenda digitale condivisa e una piccola testimonianza delle ricchezze patrimoniali occultate da salvare del nostro territorio.
Questa passione ho scoperto da un anno è anche quella della mia amica storica e compagna di scatti Mia Battaglia con la quale ogni tanto organizziamo qualche uscita “segreta”.
Mia Battaglia
Mia Battaglia, capogruppo di questo progetto ci parla così della sua URBEX:
“Se fotografare è cogliere quell’attimo in cui la luce disegna un’emozione laddove, fino ad un istante prima, non sembrava esserci nulla, ecco, forse in questa chiave di lettura trovo la mia ispirazione per l’urbex:
perché un luogo abbandonato è un momento in cui, per definizione, l’attimo si dilata virtualmente all’infinito.
Il mio urbex ideale è un’esperienza solitaria.
Con quella mia presenza isolata e silenziosa all’interno della scena posso diventare testimone del tempo che si è fermato. Così mi fermo anch’io, lasciando che sia la mia pancia a portare l’attenzione dove serve: quel silenzio, quella solennità, quella immobilità diventano il contesto ideale in cui riesco ad abbandonare il mio pensiero razionale, lasciando che la cosa fotografica faccia il suo corso dentro di me.
Quando alla fine ne esco, non ho mai l’impressione di aver fatto fotografie: mi pare sempre di aver fatto un viaggio dentro me stessa, soprattutto nelle zone più scure, isolate, a volte irraggiungibili.”
miabattaglia.it
Quando sono andata per rovine per la prima volta usando la mia attrezzatura micro 4/3 la sensazione di gradevole leggerezza è stata immediata: al posto del mio corredo Nikon FF, mi aggiravo all’interno di questa ex colonia abbandonata impugnando la mia E-M1 (prima versione, a quel tempo) e il bellissimo Zuiko 7-14 PRO.
La lista degli svantaggi che ho rilevato nel passaggio da FF a Micro 4/3 è davvero esigua, e si limita a questo: considerando che amo andare in esplorazione in solitaria, se dovessi usare la mia attrezzatura per difendermi dall’aggressione di qualche sbandato nascosto tra le rovine avrei ben poche probabilità di successo rispetto al FF…
I vantaggi, per contro, sono molti (e alcuni forse insospettabili):
- leggerezza: per muoversi negli edifici abbandonati più si può essere leggeri e snelli meglio è. Nell’ultima avventura mi è capitato di dover scavalcare un muro di recinzione e di infilarmi a quattro zampe in un cunicolo: è evidente che in queste condizioni dimensioni e peso contano molto;
-
- assenza di treppiede: a parte il discorso dell’eventuale legittima difesa, negli ambienti abbandonati spesso manca la luce (:-D). Di conseguenza può succedere di scattare in condizioni di luce estreme. Il cavalletto, con il FF, era quasi obbligatorio, ma con le micro 4/3 più recenti il discorso cambia: la stabilizzazione del sensore consente di scattare con tempi molto lunghi anche arrangiandosi senza treppiede e senza dover alzare gli ISO per compensare alla mancanza del suddetto. Per cui, indirettamente, si ottiene anche un contenimento del rumore (perché è noto che il nostro formato agli alti ISO non è certo un campione);
- Urbex può voler dire molte cose. Nella mia personale interpretazione del genere, lo scatto ideale è ottenuto con un grandangolo molto spinto per arrivare ad un’inquadratura omni- comprensiva che in un sol “colpo” riesca a condensare e trasmettere l’emozione che io sto vivendo. Questo tipo di scatto, sempre secondo la mia interpretazione personale, rende al meglio avendo tutta la scena a fuoco, e molto ricca di dettagli anche nelle zone più buie (e per questo motivo quasi tutte le mie immagini urbex sono HDR ottenuti da sequenze di 5 o 7 scatti). Per questi motivi, e sempre in relazione alla scarsa luce degli ambienti, diventa determinante l’aspetto della profondità di campo. Scattando a f/2.8 con una macchina FF si rischia di avere zone fuori fuoco, che per il tipo di immagine che cerco io non è assolutamente un vantaggio (e doppiamente se si lavora in HDR, perché i software di elaborazione HDR vanno in crisi con le zone sfuocate). Come è noto, il micro 4/3, a parità di focale e apertura, offre una profondità di campo doppia, quindi è molto facile avere tutto a fuoco anche scattando a tutta apertura. E non finisce qui: una caratteristica tipica delle lenti micro 4/3 di qualità è proprio l’elevata definizione anche ai bordi, e anche questo, nell’ottica che stiamo valutando, diventa determinante;

- velocità di raffica: questo punto è strettamente connesso all’utilizzo della tecnica HDR e all’assenza di treppiede: quando più la raffica è veloce, tanto più la sequenza di scatti soffrirà meno per gli eventuali involontari spostamenti. E anche in questo senso il micro 4/3 offre, nelle macchine top di gamma, prestazioni spettacolari.
Nella borsa di Mia
Per backup a volte porto
- Olympus PEN-F
- Panaleica 15mm F/1.7
La parte essenziale per un buon urbex sono, secondo me, sono i primi due elementi: con la M1 e il 7-14 pro ho prodotto probabilmente l’80% dei miei scatti.
Il tutto è contenuto in una borsa da spalla molto compatta Lowepro, comoda e molto leggera.
In realtà nella mia borsa trova posto, anche se solo virtualmente, tutto quello che leggo e che ho letto in passato: romanzi, libri di fotografia e testi vari, che hanno contribuito a fare di me quello che sono e ad accentuare la mia capacità di sentire e osservare. E forse è questa la parte più importante del “contenuto” della mia borsa, e per questo ti ho messo anche qualche libro in due delle tre foto.
Olympus è indicata anche per fotografi meno esperti che vogliono vivere l’esperienza dell’esplorazione in pieno senza doversi preoccupare di attrezzature e tecnicismi
Nella borsa di Elena
Em 1 Mark II, lente 12-40 (ultimo acquisto su consiglio di Mia) con la quale giro ovunque + 2 schede da 32 GB Zainetto reporter.
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